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            nella Casa-museo di
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            al sapone
 
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Olio Ibleo
L'olio DOP "Monti Iblei", dal caratteristico sapore. Storia dell'olio ibleo a cura di Rosario Acquaviva e Antonino Uccello

 

 

 

 

Il frantoio:
dall'olio al sapone

di Antonino Uccello

Questo locale, con volta a botte e il pavimento di roccia naturale, ha una scenografica architettura che conferisce a tutto l'ambiente una particolare suggestione. Il locale era adibito a frantoio, il cosiddetto trappitu, per la lavorazione delle ulive. Il restauro non è stato ancora portato a termine: s'è potuto appena procedere ai lavori di sterro, durante i quali è stata scoperta la base di un cuonzu, il torchio di un vecchio frantoio per le ulive, con la base e i tinozzi intagliati nella viva roccia. Sulla destra è ancora intatta la morti, una vasca in muratura per scaricarvi l'olio di scarto da far decantare; sul fondo è la base circolare, a tamburo, sulla quale girava a mola, cioè la macina per frantumare le ulive.

Torchio nella Casa-museo di Palazzolo Acreide (Foto Nino Privitera)
Torchio (Cuonsu) nella Casa-museo di Palazzolo Acreide

I più vecchi ricordano ancora, per averci lavorato, il frantoio in efficienza, così come verrà ricostituito, non appena avremo la possibilità di procedere ai lavori di restauro.

Macina per frantumare le olive nella Casa-museo di Palazzolo Acreide (Foto Giuseppe Leone)
Macina per frantumare le olive nella
Casa-museo di Palazzolo Acreide

Gli ultimi tre mesi dell'anno, ottobre, novembre e dicembre, prendono in dialetto i nomi delle festività che li caratterizzano: San Franciscu (4 ottobre), Tuttisanti, Natali, che è in genere il tempo della raccolta delle ulive. La buona annata è stata presagita durante le improvvise tempeste, quando l'arcobaleno - l'arcu di Nuè - si stende tra colle e colle: se tra i sette colori prevale il verde, e allora è annata d'olio, il rosso annata di vino, il giallo annata di frumento.

Antonino Uccello e un collaboratore ricostruiscono il torchio nella Casa-museo di Palazzolo Acreide (foto Nino Privitera)
Antonino Uccello e un collaboratore ricostruiscono il torchio nella Casa-museo di Palazzolo Acreide

Per i morti "si facevano le donne", cioè si assumevano a giornata le donne ppi scògghiri, vale a dire per raccogliere le ulive che da sole si staccavano dalle ramaglie. Per il mese di Natale si faceva la "ciurma" di uomini e donne; gli uomini erano addetti a cutulari, a bacchiare con i friccuna, lunghi bastoni ricavati dal flessibile legno di nocciolo: in genere due uomini bacchiavano l'albero con lo sfilaturi, un bastone piuttosto corto; altri due con la ntinnola, un bastone lungo per poter raggiungere le ulive sulle cime dell'albero, poi si spostavano attorno all'ulivo per completare il lavoro di bacchiatura ( si dice: faurìnu a-ggiru, bacchiano attorno). Non appena gli uomini si spostavano presso l'albero successivo, le donne coi panieri di canna intrecciata raccoglievano le ulive, che poi un uomo riversava nei sacchi che trasportava al frantoio, a barda di una mula.

Ricostruzione della macina del frantoio nella Casa-museo di Palazzolo Acreide (foto Nino Privitera)
Ricostruzione della macina del frantoio
nella Casa-museo di Palazzolo Acreide

Gli uomini che lavorano nel trappitu sono chiamati nfanti, i quali assumono delle precise denominazioni a seconda delle specifiche mansioni che svolgono: u mastru ri pala, "il maestro di pala", sparge le ulive sulla fonta, il piatto di pietra nera sul quale gira la macina trainata dalla mula, perché vengano frantumate in modo uguale; u mastru ri maidda o maiddieri distribuisce la pasta delle ulive nelle "coffe", recipienti circolari tessuti all'uopo, a mezzo del maiddieri, una piccola madia di legno simile a un cassetto con due manici laterali; u mastru ri cuonzu, il "maestro "che presiede ai lavori della torchiatura che vengono compiuti dai nfanti.

Lumera di pietra lavica che raccoglie l'olio spremuto
Lumera di pietra lavica che raccoglie l'olio spremuto

Via via l'olio scola dentro la lumera, un grosso raccoglitore in pietra nera, con una scanalatura tutt'intorno che lascia scorrere il liquido, attraverso una breve imboccatura, nel fuossu, cioè nel tinozzo scavato nella roccia. L'olio si raccoglie con la lumera, che è anche un piccolo recipiente di sottile terracotta, a forma di lucerna, e viene quindi versato nel mienzucafisu, una misura di zinco per liquidi, a forma di brocca, pari a 8 litri: successivamente si versa nelle giare.

"A stagnata" è un recipiente di latta per versare l'olio. "A lumera" è un contenitore in terracotta che serve per raccogliere l'olio dal tinozzo
"A stagnata" è un recipiente di latta per versare l'olio.
"A lumera" è un contenitore in terracotta che serve
per raccogliere l'olio dal tinozzo

U nuòzzulu, cioè la sansa, si accatasta in un locale fino a quando accuttura, cioè fermenta, per torchiarlo successivamente. Raccolto ancora l'olio, si versa il rifiuto nella "morte", la vasca in muratura, fino a quando non decanta. Si raccoglie ancora l'olio "grosso" per farne sapone e per alimentare le lucerne.

Recipienti di zinco e in terracotta per conservarvi l'olio
Recipienti di zinco e in terracotta per conservarvi l'olio

Le donne raccolgono quest'olio in una grande caldaia, a quarara, vi aggiungono via via potassa sciolta nell'acqua e vi attizzano il fuoco per circa tre ore; il liquido poi si versa nei canzi ri lanna, che sono forme di latta, dove risiede per qualche giorno fino a solidificarsi. Le donne affettano il sapone col tagghiaturi, il "tagliatore", che è un sottilissimo fil di ferro con un rocchetto di legno alle due estremità del filo per poterlo agevolmente adoperare. Un indovinello popolare, raccolto a Palazzolo Acreide, ci offre un'immagine poetica del sapone, che simile a un amante si consuma d'amore:

Uossu r'auliva e-ppettra cotta,
sugnu vinutu ccà pp'allucintari
e-ccapitai m-manu i na bedda picciotta
c'a-ppicca a-ppicca mi sta ffannu squagghiari.


(Nocciolo d'uliva e pietra cotta, / son venuto qua per far brillare / e son capitato nelle mani di una bella giovane / che a poco a poco mi fa consumare - sciogliere).


La storia dell'Olio Ibleo

Rosario Acquaviva - Palmenti e frantoi in Sicilia (in particolare nell'area dei Monti Iblei) - ZangaraStampa Editrice
L'olivo nell'antichità
tratto da:
"Palmenti e frantoi in Sicilia"
(Rosario Acquaviva)

Origini funzioni ed usi

Olivocoltura

La raccolta

Dal canalis-solea alla "fonda"

La torchiatura

Il lavoro nel frantoio


 

Antonino Uccello - Il torchio per le ulive nella Casa-museo di Palazzolo Acreide
Il torchio per le ulive
nella Casa-museo
di Palazzolo Acreide
(Antonino Uccello)
tratto da:
La cultura materiale in Sicilia
Atti del I congresso internazionale
di studi antropologici siciliani
Palermo, 12-15 Gennaio 1978

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Il frantoio:
dall'olio al sapone
tratto da:
Folclore siciliano
nella Casa-museo di
Palazzolo Acreide
(Antonino Uccello)

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Monti Iblei - Consorzio di tutela dell'olio extravergine d'oliva
Il Consorzio di Tutela dell'Olio Extra Vergine d'oliva "Dop Monti Iblei" è nato nel luglio del 2000 per svolgere una fondamentale funzione di tutela di uno dei prodotti più tipici e caratteristici dell'agricoltura siciliana


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Oltre 200 comuni italiani uniti nella salvaguardia dell'Olio Extravergine d'Oliva
Frantoi on line
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L’AIAB è un’Associazione culturale che ha lo scopo di promuovere l’agricoltura biologica, l’ecosviluppo rurale e l’alimentazione naturale
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Il riferimento italiano per l'olio d'oliva

 

 

     
     
 

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