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L'OLIO
IBLEO |
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LA STORIA
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L'olivo nell'antichità
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Il torchio per le ulive
nella
Casa-museo di
Palazzolo
Acreide
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Il frantoio: dall'olio
al sapone |
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LE VARIETA'
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La città di
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Barocco e Liberty |
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Akrai
La zona archeologica di Akrai, città fondata dai
Greci di Siracusa nel 664 a.C., a Palazzolo
Acreide (SR) |
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La Casa-museo di Antonino Uccello
Sito informativo sull'etnoantropologo
Antonino Uccello e visita virtuale della
Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR) |
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Portale sul Turismo a
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Le Citta Barocche Del Val Di Noto
Le otto città tardo
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Oasi di Vendicari
La splendida oasi naturalistica di Vendicari |
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Olio Ibleo
L'olio DOP "Monti Iblei", dal caratteristico
sapore. Storia dell'olio ibleo a cura di Rosario
Acquaviva e Antonino Uccello |
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Il frantoio:
dall'olio al sapone
di Antonino Uccello
Questo locale, con volta a botte e il
pavimento di roccia naturale, ha una scenografica architettura che
conferisce a tutto l'ambiente una particolare suggestione. Il locale
era adibito a frantoio, il cosiddetto trappitu, per la
lavorazione delle ulive. Il restauro non è stato ancora portato a
termine: s'è potuto appena procedere ai lavori di sterro, durante i
quali è stata scoperta la base di un cuonzu, il torchio di un
vecchio frantoio per le ulive, con la base e i tinozzi intagliati
nella viva roccia. Sulla destra è ancora intatta la morti,
una vasca in muratura per scaricarvi l'olio di scarto da far
decantare; sul fondo è la base circolare, a tamburo, sulla quale
girava a mola, cioè la macina per frantumare le ulive.

Torchio (Cuonsu) nella Casa-museo di
Palazzolo Acreide
I più vecchi ricordano ancora, per averci
lavorato, il frantoio in efficienza, così come verrà ricostituito,
non appena avremo la possibilità di procedere ai lavori di restauro.

Macina per frantumare le olive nella
Casa-museo di Palazzolo Acreide
Gli ultimi tre mesi dell'anno, ottobre,
novembre e dicembre, prendono in dialetto i nomi delle festività che
li caratterizzano: San Franciscu (4 ottobre), Tuttisanti,
Natali, che è in genere il tempo della raccolta delle ulive.
La buona annata è stata presagita durante le improvvise tempeste,
quando l'arcobaleno - l'arcu di Nuè - si stende tra colle e
colle: se tra i sette colori prevale il verde, e allora è annata
d'olio, il rosso annata di vino, il giallo annata di frumento.

Antonino Uccello e un collaboratore
ricostruiscono il torchio nella Casa-museo di Palazzolo Acreide
Per i morti "si facevano le donne", cioè si
assumevano a giornata le donne ppi scògghiri, vale a dire per
raccogliere le ulive che da sole si staccavano dalle ramaglie. Per
il mese di Natale si faceva la "ciurma" di uomini e donne; gli
uomini erano addetti a cutulari, a bacchiare con i
friccuna, lunghi bastoni ricavati dal flessibile legno di
nocciolo: in genere due uomini bacchiavano l'albero con lo
sfilaturi, un bastone piuttosto corto; altri due con la
ntinnola, un bastone lungo per poter raggiungere le ulive sulle
cime dell'albero, poi si spostavano attorno all'ulivo per completare
il lavoro di bacchiatura ( si dice: faurìnu a-ggiru,
bacchiano attorno). Non appena gli uomini si spostavano presso
l'albero successivo, le donne coi panieri di canna intrecciata
raccoglievano le ulive, che poi un uomo riversava nei sacchi che
trasportava al frantoio, a barda di una mula.

Ricostruzione della macina del frantoio
nella Casa-museo di Palazzolo Acreide
Gli uomini che lavorano nel trappitu
sono chiamati nfanti, i quali assumono delle precise
denominazioni a seconda delle specifiche mansioni che svolgono: u
mastru ri pala, "il maestro di pala", sparge le ulive sulla
fonta, il piatto di pietra nera sul quale gira la macina
trainata dalla mula, perché vengano frantumate in modo uguale; u
mastru ri maidda o maiddieri distribuisce la pasta delle
ulive nelle "coffe", recipienti circolari tessuti all'uopo, a mezzo
del maiddieri, una piccola madia di legno simile a un
cassetto con due manici laterali; u mastru ri cuonzu, il
"maestro "che presiede ai lavori della torchiatura che vengono
compiuti dai nfanti.

Lumera di pietra lavica che raccoglie l'olio
spremuto
Via via l'olio scola dentro la lumera,
un grosso raccoglitore in pietra nera, con una scanalatura tutt'intorno
che lascia scorrere il liquido, attraverso una breve imboccatura,
nel fuossu, cioè nel tinozzo scavato nella roccia. L'olio si
raccoglie con la lumera, che è anche un piccolo recipiente di
sottile terracotta, a forma di lucerna, e viene quindi versato nel
mienzucafisu, una misura di zinco per liquidi, a forma di
brocca, pari a 8 litri: successivamente si versa nelle giare.

"A stagnata" è un recipiente di latta
per versare l'olio.
"A lumera" è un contenitore in terracotta che serve
per raccogliere l'olio dal tinozzo
U nuòzzulu, cioè la sansa, si
accatasta in un locale fino a quando accuttura, cioè
fermenta, per torchiarlo successivamente. Raccolto ancora l'olio, si
versa il rifiuto nella "morte", la vasca in muratura, fino a quando
non decanta. Si raccoglie ancora l'olio "grosso" per farne sapone e
per alimentare le lucerne.

Recipienti di zinco e in terracotta per
conservarvi l'olio
Le donne raccolgono quest'olio in una grande
caldaia, a quarara, vi aggiungono via via potassa sciolta
nell'acqua e vi attizzano il fuoco per circa tre ore; il liquido poi
si versa nei canzi ri lanna, che sono forme di latta, dove
risiede per qualche giorno fino a solidificarsi. Le donne affettano
il sapone col tagghiaturi, il "tagliatore", che è un
sottilissimo fil di ferro con un rocchetto di legno alle due
estremità del filo per poterlo agevolmente adoperare. Un indovinello
popolare, raccolto a Palazzolo Acreide, ci offre un'immagine poetica
del sapone, che simile a un amante si consuma d'amore:
Uossu r'auliva e-ppettra cotta,
sugnu vinutu ccà pp'allucintari
e-ccapitai m-manu i na bedda picciotta
c'a-ppicca a-ppicca mi sta ffannu squagghiari.
(Nocciolo d'uliva e pietra cotta, / son venuto qua per far brillare
/ e son capitato nelle mani di una bella giovane / che a poco a poco
mi fa consumare - sciogliere). |
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