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Il torchio per le
ulive
nella Casa-museo
di Palazzolo Acreide
di Antonino Uccello
Nel mio volume
dedicato a La civiltà del legno in Sicilia viene descritto un
particolare tipo di torchio diffuso nell'area dei monti Iblei, e
destinato alla separazione del miele dalla cera.
Intendo ora
rivolgere la mia attenzione a un altro tipo di torchio (u cuonzu)
in uso fino all'ultimo dopoguerra: un esemplare del genere fa ora
parte del frantoio per le ulive (u trappitu) sito nella
Casa-Museo di
Palazzolo Acreide.

Prima di
passare alla descrizione di questo manufatto, vorrei qui dire
brevemente che già nel 1566 - come risulta dal Registro del Libro
Rosso dell'Università retina - un dispaccio del viceré Garcia di
Toledo estendeva a tutto il territorio della Sicilia la proibizione
di tagliare alberi di ulivo per salvaguardare la produzione
dell'olio: " Non è cosa al mondo di che habbia necessità maggiore
questo Regno che d'oglio non ci essendo tanta quantità di olive che
sia sufficiente al bisogno suo "; per cui si ricorse a una rigorosa
proibizione di " tagliare per modo alcuno arbore d'olive di
qualsivoglia qualità... ". Un'altra " Prammatica declaratoria del
Presidente del Regno Carlo d'Aragona ", emanata il 28 novembre 1567,
precisava in proposito che si potevano solo " tagliare, remundari
quelle oleastre seu olive selvatichi ad opo però di insetarsi et non
ad altro effetto ".
Ancora
un'annotazione ricavata da un atto notarile del 1587, attesta una
lite sorta tra l'Università retina e tale Martino Siruno, il quale
s'era reso colpevole di avere innalzato un muro nei pressi del
proprio oleificio (" innanci lo so trappito ") senza essersi
consultato prima coi Giurati di Noto.
Infatti, in
alcuni paesi della provincia di Siracusa, oltre che nelle masserie
di campagna, i frantoi tradizionali per l'estrazione dell'olio
venivano costruiti anche nel pianterreno della casa, nel cosiddetto
dammusu: e a tutt'oggi è ancora possibile osservare in molte
abitazioni del comune di Palazzolo Acreide qualche raro frantoio in
buono stato di conservazione e più spesso qualche frammento o
rudere, o il locale già trasformato e destinato ad altre funzioni.
Del resto anche nel Palermitano, tra il sec. XIV e il sec. XV,
vengono documentati dei " trappeti intra muros " non solo per
la lavorazione delle olive ma anche per quella della canna da
zucchero.
Il torchio per
le ulive collocato nella Casa-museo di Palazzolo è uguale a quello
descritto a suo tempo da Giuseppe Bianca, il quale fornì preziose
informazioni al Pitrè che, com'è noto, se ne servì ampiamente per
trattare l'argomento. Il Bianca che, com'è risaputo, si riferisce al
territorio della stessa provincia di Siracusa, rubrica il torchio,
che ad Avola con variante fonetica viene detto cuonsu, tra
gli " Strumenti ed arnesi estrattivi ".
Seguendo lo stesso schema dello studioso di Avola, scomponiamo il
torchio nelle seguenti parti:
- La cianca suttana, che è un basamento di quercia (o anche
di pioppo), a forma di parallelepipedo, lungo cm 310 e alto cm 45
circa, e reca due fori quadrati alle due estremità; la cianca viene
fissata saldamente al suolo;
- I pilera sono due grosse viti di quercia (o anche di noce o
di fraggiracolo, secondo il Bianca), che vengono fissate
rispettivamente nei due fori della cianca e tenute salde da due
grosse chiavarde di ferro, dette ciavi (alla lettera 'chiavi');

- Cianca suprana: è dello stesso legno e uguale a quella
suttana; nei due fori laterali vi passano le due viti;

- I scufini sono due grosse " chiocciole " a tre punte, di
legno di quercia, che girano sulle spirali delle due viti;

- Scaletta di legno di noce, formata da tre larghi e grossi
piuoli: poggia sulle due estremità delle " chiocciole ", e via via
che queste girano, sollevano la cianca suprana;

- A lumera è simile a una lucerna (ad Avola è detta
scutedda), di pietra lavica, di forma circolare, che serve per
collocarvi i fiscoli, che sono le cosiddette coffe, dove si dispone
la pasta delle ulive per farne scolare l'olio che precipita nel
tinozzo sottostante;


- U bbaiardu è un disco di legno che si dispone sui fiscoli
per ricevere la pressione della cianca;

- A sdanca è un'asta di legno, la cui estremità viene
appoggiata a mezzo di un canapo intrecciato (detto cuddura,
ad Avola paloma) ora all'una ora all'altra vite: spinta da
operai addetti all'uopo, fa da leva e stringe le " chiocciole "
contro la cianca suprana, che pressa sui fiscoli per
ricavarne più olio.


Già nei primi
del nostro secolo alcuni imprenditori agricoli e grossi proprietari
terrieri si adeguano alle nuove esigenze del tempo e sostituiscono
il tradizionale torchio di legno con " un altro macchinario detto
Strettoio, il quale è uno strumento di ferro a vite ", che con minor
fatica e in minor tempo consente l'estrazione di un quantitativo
maggiore di olio. La descrizione di questo particolare tipo di
torchio ci viene offerta da Giuseppe Blandini (1871-1936), un attivo
socialista di Palazzolo Acreide, corrispondente di vari giornali
dell'epoca, il quale organizzò i primi moti contadini e gli scioperi
al tempo dei fasci siciliani, e venne successivamente processato dal
regime fascista per la sua attività politica.
Riporto in appendice l'attenta e minuziosa descrizione del Blandini,
ora per la prima volta pubblicata, perché oltre tutto essa
costituisce un raro documento che ci dà la possibilità di cogliere
attraverso il manufatto anche un momento particolare della
trasformazione sociale di una comunità agricola. Si pensi, fra
l'altro, che fino a qualche decennio fa i due tipi di torchio hanno
avuto nella stessa comunità dove ho svolto la mia ricerca una
persistente convivenza.
APPENDICE
" Oggi sono
stato a vedere il Tappeto dei signori Sardo, per sapere come
funziona, e come si ottiene l'olio che è tanto utile all'uomo, e che
è tanto necessario per condire i cibi. Il proprietario, gentilmente
appagò questo mio desiderio e mi fornì tutti gli schiarimenti
necessari. Ecco quello che ho visto e ritenuto.
In uno
stanzone a pian terreno è collocato il macchinario che agisce e si
muove per mezzo del motore e col vapore.
In appositi
ripostigli, detti Canti o Canali, stavano ammucchiate delle olive
per fermentare in attesa di essere macinate. Esse si macinano per
mezzo del Frantoio, che è un macchinario composto da un vaso di
pietra forte detto Pila o Pilone, in cui si mettono le olive e su
esso è collocata, verticalmente, una grossa macina di pietra lava
che girando frange e schiaccia le olive riducendole ad una pasta o
poltiglia. Di questa pasta si riempiono certe borse di corde
intrecciate dette Gabbie, Busche o Buscole. Queste gabbie piene
vengono portate ad un altro macchinario detto Strettoio, il quale è
uno strumento di ferro a vite che serve a stringere la pasta delle
olive già ingabbiate e a spremerne l'olio. Le parti dello strettoio
sono: l'Argano che serve ad alzare ed abbassare la vite a cui sta
attaccato il pestone; le Cosce, cioè i pilastri; le Guide; la
Lucerna; e la Vite col pestone che gira nella madrevite. Sulla
Lucerna, fatta di pietra dura e fissa nel piano del letto dello
strettoio sotto la vite, si collocano l'una sopra l'altra, a
castello, le gabbie piene della pasta delle olive, e su esse si fa
calare la vite col pestone che fortemente premendo fa uscire l'olio
il quale spillandosi dalle gabbie scorre sulla Lucerna e si versa
nel tinello di legno che vi sta sotto. Estratto così l'olio, si
svita la vite, e si comincia l'operazione di sgabbiare, cioè di
cavar dalle gabbie la pasta dalla quale è già stato estratto l'olio.
La pasta in questo stato si chiama sansa. Un uomo con una scodella
di legno con manico, che chiamano Cucchiaia o Nappa, raccoglie
l'olio dal tinello, e per un imbuto lo versa negli otri di pelle.
Tutti gli
spurghi della premitura delle olive e le sue sciacquature dei vasi
colano, per mezzo del Purgatoio, in un pozzo murato detto Inferno,
da dove poi si raccoglie l'olio che viene a galla.
L'olio messo
negli otri si trasporta a casa e si versa negli Orci o Coppi, che
possono essere di creta o di latta, e si lascia ivi chiarificare ". |
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